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Le vite degli alberi morti


Da quarant’anni, e ancora oggi pur essendo in pensione, Mark Harmon esamina a fondo i tronchi d’albero morti. E vi ha trovato un mondo nascosto brulicante di attività

Mark Harmon si accuccia accanto al tronco numero 219: un pezzo coperto di muschio del tronco di una tsuga occidentale, lungo cinque metri, che giace a terra, morto, nella rigogliosa foresta verde. È contrassegnato da una sottile targhetta di alluminio. L’ecologo forestale si china a osservarlo da vicino, con la barba bianca incolta quasi a contatto con il cilindro di legno in decomposizione. Chiazze scure e friabili sul legno opaco bruno-rossiccio più vicino al suolo indicano i punti in cui i funghi hanno infiltrato la cellulosa al suo interno. Più in là, dal tronco sporgono funghi a mensola, simili a piccoli scaffali. Un lucido coleottero nero scappa via sul terreno e sparisce sotto il tronco. Harmon preme leggermente sul tronco 219 con tre dita. E’ molto spugnoso, tanto che esita a farne rotolare un pezzo per svelare che c’è sotto. <<Non voglio distruggerlo>>, dice piano. <<Sta cadendo a pezzi>>. Per quarant’anni Harmon, docente di vecchia data dell’Oregon State University, ha guardato marcire il numero 219e più di 500 altri tronchi nella zona. Ha visitato almeno cento volte questo sito nella H. J. Andrews Experimental Forest, un bacino idrico annidato nelle Cascade Mountains dell’Oregon occidentale.

AUTORI: di Stephen Ornes
RIFERIMENTO RIVISTA: Le Scienze, n. 687 Novembre 2025

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